ANALISI E FATTI SOCIALI
Le relazioni affettive sono un baluardo alla solitudine e uno strumento di crescita educativo
Osservare il fenomeno ricorrente di chi si toglie la vita per problemi personali, viene analizzato da diverse angolazioni con le diagnosi più disparate senza essere in grado, tuttavia, di arginare il fenomeno.
Fa specie il caso di quella ragazza che si suicida perché invogliata a farlo attraverso il canale mediatico quando implorava aiuto da chiunque e, senza arrivare agli estremi, dà fastidio e repulsione il comportamento di chi incita alla violenza anche sessuale, con insulti di vario tipo.
C’è in entrambi i casi , un atteggiamento cattivo che solidarizza più nel male che nel bene e, in questo, il denominatore comune è l’indifferenza nella quale crescono i giovani che vengono lasciati spesso da soli a colloquiare tra di loro, facendo un cattivo uso dei mezzi mediatici.
Le giustificazioni sono le più varie, ma al centro come rileva lo psichiatra Vittorino Andreoli (cfr. “L’educazione( im) possibile,” Rizzoli Editore), c’è la morte della famiglia che deve, attraverso i suoi attori, imparare a colloquiare con quelle figure di riferimento che possono essere i nonni, gli insegnanti, gli educatori, attraverso gli affetti.
Più volte si é scoperto che alla base delle depressioni, c’é la solitudine, la carenza affettiva, il contatto con un corpo asettico destinato a risolvere il presente più con l’attrazione fisica che con quella sentimentale.
Il nostro essere, tuttavia, necessita di quelle cure e di quelle attenzioni che solo una figura pregnante come quella materna e paterna riescono a dare.
Ma , nel tempo, si tratta di ruoli di riferimento destinati a trasformarsi in altri che ci accompagnano nella vita perché, come sostiene lo stesso Andreoli, per crescere ci vogliono degli obiettivi per il futuro.
Prima l’allevamento, poi lo studio, quindi il lavoro, con accanto delle persone in grado di capirci, di ascoltarci e di aiutarci.
L’adolescente in sé è più vulnerabile e tende ad ascoltare più il gruppo dei coetanei che gli adulti nei loro ruoli di madri, padri, insegnanti.
Pensano di avere accanto degli amici, ma questi spesso usano il significato di questa parola in modo avverso e, invece di dare solo dei pareri, hanno la pretesa di consigliare spesso in modo negativo.
Ecco perché chi è solo, specie se giovane, deve riuscire ad avere delle relazioni personali ascoltando chi è più maturo chiedendo quell’aiuto disinteressato che la sua fragile personalità ha bisogno di avere.
Fenomeni come il bullismo, mostrati con perfidia da giovani verso altri giovani, sono da condannare, mentre sono da emarginare quelle figure genitoriali che incitano ad una violenza gratuita e non giustificata.
I casi limite, spesso mostrati dalla televisione, incitano ad emulare comportamenti che nessuna legge o pseudo giustizia, riesce ad arginare.
La pena che si prova di fronte a questi fatti , impone un impegno comune nel cercare di seguire chi è giovane nella sua fase evolutiva di crescita.
Gli impegni lavorativi non giustificano l’assenza di quelle mansioni che ognuno, a seconda del proprio ruolo, deve saper giocare.
Peggio, se si pensa di avere delle distrazioni che non aiutano a responsabilizzare la propria vita di relazione con una persona, alla quale siamo legati affettivamente.
In realtà sono quei conti che ognuno non riesce a quadrare perché ha di fronte delle avversità e non comprende quanto sia importante avere accanto qualcuno, in grado di sollevarci nella nostra solitudine.
Quando capita così, si deve evitare di cadere nell’errore che riporta quegli episodi negativi che non vorremmo mai vedere e sapere , ma che si potrebbero evitare responsabilizzandoci di più.
Renato Celeste
Pubblicato il 2014-02-25 07:19:39.
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