NOTIZIA. COME, PERCHE’
La “fine” della vita
Il caso del fine vita appassiona e fa discutere e pone al centro la persona e i suoi limiti, mentre avanza la necessità di una valida comunicazione tra il medico e la persona assistita.
La stagione estiva, ormai inoltrata, se da un lato ha rappresentato un periodo di riposo, dall’altro ha fomentato le consuete preoccupazioni per un avvenire incerto.
Scandali, uccisioni, femminicidi, botte agli anziani, angherie sui minori, sono state le notizie che ci hanno accompagnato ancor prima del consueto clima caldo e afoso, quasi a predizione di quel futuro temuto per le molte parole e i pochi fatti.
In attesa degli eventi che contraddistingueranno i mesi autunnali, ecco che è ritornato alla ribalta il caso del “ fine vita “.
Un problema che i medici si ritrovano ogni qualvolta si debba o meno, sospendere la ventilazione meccanica per quei malati che si ritengono “ perduti” e per i quali un prolungamento delle funzioni vitali non solo sarebbero inutile, ma anche responsabile di grandi sofferenze.
Vero è che il Codice Deontologico da una parte, “ impedisce ai sanitari di interrompere trattamenti vitali per il paziente, come ad esempio la respirazione “, mentre la Costituzione, dall’altra “ prevede già il rispetto della volontà del paziente che vuole sottrarsi alle cure “ (cfr. Corriere della Sera 5 giugno 2014).
Mentre “ I camici bianchi “ discutono da un ospedale all’altro sul da farsi, uno di loro riferisce che un paziente che aveva chiesto di “ staccare il respiratore “ e fu ricoverato, in attesa di un suo trasferimento in Svizzera (“meta di suicidi assistiti da altri Paesi “) , cambiò idea.
Lo fece, perché fu preso dall’angoscia dell’abbandono per quel suo ultimo viaggio senza ritorno.
Invece, se avesse acconsentito a compiere quel gesto estremo avrebbe dovuto preventivamente versare anche 12.000 euro e rilasciare un’intervista di idoneità via “ Skype “.
Commenta la dottoressa che ha riferito il caso : “ noi dovremmo accettare che una persona metta fine alla propria vita rilasciando preventivamente un questionario a video”?
Le posizioni differenti vorrebbero evidenziare la differenza tra eutanasia e desistenza, tra interventi necessari e accanimento terapeutico, ma il confine tra la vita e la morte è così sottile che se da un lato può appassionare, dall’altro non ha soluzioni certe.
Marco Margnelli, un ricercatore del CNR, scomparso qualche anno fa si era lasciato coinvolgere in alcuni esperimenti (a pagamento) dove persone piene di quattrini e annoiate della vita gli chiedevano di far loro provare a varcare questo confine.
Lo stesso dovette interromperli per il rispetto della sacralità della vita e l’odiosa mercificazione di chi, in possesso di tutto, vorrebbe provare nuove emozioni senza rendersi conto che non si tratta di un gioco , ma di una pericolosa sfida spesso senza ritorno.
Per proporre,invece, buone notizie sempre in tema sanitario ecco che sta prendendo piede la così detta “ medicina narrativa “, come nuova panacea per aiutare il medico a curarci.
Si tratta di raccontare la propria storia a chi deve prendersi cura della nostra salute specie se affetta da una patologia cronica, “ una metodologia basata su una specifica competenza comunicativa “.
Una nuovo approccio o la scoperta dell’acqua calda ?
Forse si incomincia a capire che l’ascolto del paziente o della persona assistita, come recita il nuovo codice deontologico medico, diventa fondamentale come fatto comunicativo anche nelle sue espressioni verbali e non verbali.
Tutto questo perché oggi si ha sempre meno tempo da dedicare agli altri e ai loro bisogni.
Renato Celeste
Pubblicato il 2014-07-17 12:10:13.
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