ANALISI E FATTI SOCIALI
Una riflessione sul significato dell’obbedienza e della sua trasformazione sociale
Un’abitudine difficile da apprendere e da seguire è quella dell’ubbidienza.
Una volta era una consuetudine radicata, impossibile e neppure pensabile, doverla eludere.
Capitava nelle famiglie: il padre era il “ super io”, secondo una visione psicoanalitica, la cui figura di riferimento era a sua volta chi lo aveva generato e a lui facevano riferimento i figli e anche la sua compagna di vita.
Nelle famiglie allargate, il senso dell’ubbidienza era coniugato con quello del rispetto e ci si rivolgeva al capo famiglia, dando del lei o del voi: era un’abitudine che rientrava anche nei rapporti tra i coniugi e con gli ascendenti di questi.
Nell’istituzione scolastica l’ordine gerarchico era la normalità e così in quella ecclesiastica e, nel mondo del lavoro, chi era a capo dava ordini e nessuno pensava di disattenderli.
Nella gerarchia militare e in tutte le altre istituzioni (politiche, amministrative, giuridiche etc.) c’è sempre stata una scala di riferimento a partire dal capo assoluto (meglio se carismatico) fino ad arrivare alla persona che era alla base della piramide.
Tuttavia, mutando le mode e con esse le abitudini, l’ordine prestabilito ha iniziato a dimostrare di avere alcune crepe.
A ciò hanno concorso, indubbiamente, diversi fattori: l’emancipazione femminile, la liberalizzazione dei costumi, l’incremento degli introiti dovuti a maggiori guadagni., i progressi della tecnologia, le continue e mutevoli conquiste mediatiche.
La società di ieri, infatti, si è trasformata e ad una principalmente agricola è passata ad un’altra tipicamente industrializzata che, a sua volta, si è già evoluta in una mediatica dominata dai “mass media” e da internet.
Si tratta di fatti che andrebbero analizzati nella loro essenza ai quali corrispondono dei moti rivoluzionari, come sosteneva il sociologo Francesco Alberoni, che indicano una mutazione radicale nel nostro vivere sociale e dei nostri comportamenti a seconda dei ruoli rivestiti.
Obbedire, poi, dopo l’altra rivoluzione imputabile a quel noto movimento legato al “68”, si è trasformato in una protesta generale verso l’ordine costituito, ma con delle aperture nuove che non sono state comprese, commettendo in questo modo diversi errori metodologici.
Così lo studente si ribella al docente, il genitore il più delle volte lo difende e nel contempo contesta anche l’ordinamento didattico, le coppie che mal si sopportano si dividono per un nonnulla, i dipendenti rumoreggiano con i loro capi e questi ultimi se ne approfittano negando loro il giusto.
E gli esempi sarebbero tanti altri e alla fine, diventa difficile non tenere conto di un malessere generalizzato.
La parola obbedienza, a questo punto, diventa davvero un peso troppo gravoso da dover sopportare e allora si deve partire dal nuovo contesto societario per offrire delle aperture legate a quel senso dell’altra parola che, ad ogni diritto corrisponde un dovere.
Forse nel rielaborare i concetti e le abitudini si può apprendere che l’obbedienza è un dovere al quale deve corrispondere, tuttavia, un diritto.
Lo studente ha un certo dovere nei confronti del suo insegnante, ma ha il diritto di ricevere un’istruzione adeguata e un’educazione civica corretta.
Egli esempi possono continuare nella famiglia, nella medicina, nella vita ecclesiastica, anche perché si dice sempre che tutti sono utili, ma nessuno è indispensabile.
Questo, in fondo,dovrebbe essere, il pensiero ricorrente dell’anno appena iniziato per tutte le categorie sociali, politiche, sociali oltre che personali.
Renato Celeste
Pubblicato il 2017-12-27 06:24:33.
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