ANALISI E FATTI SOCIALI
Non ci sono solo dei “ bamboccioni” , ma dei ragazzi che vogliono un lavoro dignitoso in una società onesta per contribuire al benessere comune
Uno studio recente ha analizzato il comportamento dei figli che stanno reagendo alla crisi rinunciando a vivre da soli e a cercare di mettere su famiglia.
In gergo, si tratta di un atteggiamento diverso a quello di qualche anno fa , quando una volta raggiunta la maggiore età c’era il desiderio ad uscire dal proprio nucleo famigliare.
Qualche hanno fa, un noto ministro dell’economia bollava certi comportamenti definendo i ragazzi viziati e “ bamboccioni “ perché preferivano stare in casa a farsi servire da mamma e papà prima di andarsi a cercare un lavoro.
In realtà, quell’esponente governativo, intendeva spronare i giovani e non accusarli di scarsa volontà lavorativa.
La tendenza odierna, invece, rileva che lo stare in casa è una ricerca di protezione in assenza di un mondo lavorativo sempre più avaro di offerte.
I genitori, tuttavia, soffrono in questo modo perché si rendono conto che le legittime aspettative lavorative dei figli vengono frustrate da una crisi che sembra essere peggiore di quanto avevano previsto.
Non giovano, certamente, in un panorama così negativo le continue notizie di comportamenti truffaldini e disonesti, di chi è stato mandato al potere nella legittima speranza di un futuro migliore.
Un altro aspetto rilevato è il desiderio di non contrarre matrimonio, preferendo delle unioni di fatto che molti vorrebbero legittimare.
Difficile pensare, in una situazione simile, a voler metter su famiglia.
Ancora più lontano risulta essere il desiderio di maternità e di paternità, nel timore di non poter garantire un futuro adeguato ai propri figli.
A queste considerazioni così ovvie, tuttavia, bisogna opporre una controtendenza responsabilizzando i governanti e mandando a casa quelli che hanno dimostrato di non essere in grado di gestire “ la cosa pubblica “.
Il coraggio non è solo una virtù, ma è anche un atteggiamento sociale che colloca nella sua giusta dimensione l’aspetto istituzionale, riconoscendo alla famiglia il valore principale della stessa in una società come la nostra.
Si supereranno questi momenti difficili pensando ad una riqualificazione del tessuto sociale, eliminando quelle furberie e quei comportamenti disonesti che non giovano a nessuno.
Del resto, anche nell’insegnamento evangelico, è ribadito che “ a Cesare “ bisogna dare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
In diverse occasioni si riscontra che il messaggio citato ha un contenuto sociale, il cui significato è stato analizzato e studiato in diversi contesti, riportandone l’attualità e la veridicità .
Alle soglie di un qualcosa di nuovo che sembra emergere da una tradizione e da una cultura di valori forse sopiti, ma non per questo sepolti, è importante riprendere quel filo conduttore che qualifica la famiglia e i suoi componenti, come assi portanti del nostro tessuto sociale.
Si tratta di un’analisi fatta più volte che ricorda quell’enunciato matematico di memoria remota: "invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia “.
Una regola che si adatta a diverse situazioni sperando in un’eccezione, per la politica.
Renato Celeste
Pubblicato il 2012-10-03 11:07:30.
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